Blog

Una cena tra ricordi ed emozioni

Prima “Trattoria La Morina“, poi Genny ed infine Mirage. Il ristorante ed albergo di via Zanardeli è, senza dubbio, un pezzo di storia, una bella storia, della nostra Città. L’avventura di Genny Pucci ha inizio verso fine degli anni 60. Al suo fianco il figlio Urano e sua moglie Franca che contribuiscono a costruire quello che diventerà, negli anni, un’attività dal successo, crescente ed esaltante. “Genny” è il posto ideale per gustare la buona cucina viareggina, per festeggiare i momenti più felici ed importanti della nostra vita. L’atmosfera è di quelle che vengono definite speciali; accogliente, coinvolgente, gratificante. E diventa unica quando, a Carnevale, espolde l’allegria, la fantasia e dilaga quello spirito viareggino che ha i colori di Burlamacco.

Nel 2005 la svolta. Una completa ristrutturazione ed un cambio ai posti di comando. Nel segno della continuità arrivano, infatti, la figlia di Urano Laura e suo marito Roberto, affiancati da un gruppo di collaboratori di altissima professionalità ed umanità, per una squadra di prim’ordine che ha, quale obiettivo principale, la soddisfazione dei clienti.

Clienti, numerosi ed affezionati, ai quali il locale, nei giorni, scorsi, ha voluto dimostrare tutta la propria gratitudine organizzando una cena conviviale all’insegna di piatti a base di pesce, ma soprattutto caratterizzata da sentimenti, genuini e sinceri, ben rappresentati dal toccante “prologo” (scritto da Roberto Bianchi) a cui ho avuto l’onore di dare voce. Pensieri, ricordi, immagini, suoni, profumi che, ne sono sicuro, molti di voi, leggendo il testo, ritroveranno nei propri cuori….

Eccoci, ancora qua, é passato un anno e ci ritroviamo tutti assieme attorno ad una tavola e, come da tradizione, abbiamo buttato giù due righe per dare un senso culinario a questa serata, anche se il vero senso della serata è la vostra presenza e l’amicizia che ci lega ad ognuno di voi.

A causa dei nostri ritmi frenetici, di cui ormai siamo schiavi, iI pasto conviviale, quello da consumare tutti assieme, è diventato la cena, spesso caratterizzata da piatti veloci e contornata da ansie e problematiche accumulate durante l’intera giornata.
Il pranzo di una volta, quello con tutta la famiglia riunita a tavola, non esiste più.
Oggi non cuciniamo più, siamo nell’epoca del Take-away, scegli-paghi e porti a casa, il pranzo sembra essere diventato una perdita di tempo, e per noi che viviamo l’oggi di tempo non ne abbiamo mai abbastanza.
Abbiamo scelto la velocità rinunciando alla qualità ma anche alla magia che un pranzo tutti insieme riusciva a darci.
Che ricordi….. sembrano di una vita fa, ma sono conservati intatti nella nostra mente e scolpiti in colori, odori ed emozioni come se fosse ieri.
Il pranzo della Domenica d’Agosto, non so per quale motivo era il più conviviale di tutti, forse perchè l’estate, il sole, la spiaggia, ma soprattutto il mare danno sensazioni che non si possono ritrovare nei cibi e vini durante qualsiasi altro periodo dell’anno. Il pranzo della Domenica d’Agosto, iniziava già nei giorni precedenti quando per le strade passavano gli ambulanti:
c’era Dante… l’uomo dell’olio, con la sua bici trasportava una damigiana di puro olio d’oliva, e con tutta la cura e il tempo necessario ci riempiva, con il suo imbuto che era diventato verde dall’usura, le bottiglie che noi gli porgevamo arrivava il pane di Altopascio, che tagliato a lunghe fette, appoggiando un’estremità al petto e l’altra tra le mani, era quanto di meglio per fare la scarpetta, i carretti del pesce, veri e propri chioschi con le ruote, la voce della signora, che ornata di pezzola e grembiule, ciabattando sull’asfalto che ribolliva dal calore, con un vocabolario sempre colorito cantava: “da gratella vi do le acciughe, belle sogliole, ho la sciabia viva, le cicale cantano” e poco più in la le faceva eco un’altra voce che scandiva “arselle, arselle vive”, che te, toccavi con le dita e loro ritraevano le loro corna come a voler confermare la loro freschezza.
Scelto e pesato nelle fantastiche bilance “stadera”, per intenderci quelle a mano, il pesce avvolto nel suo bel mantello di carta gialla entrava nelle nostre case anticipandoci che sarebbe stato un giorno di festa. Arselle, coltellacci, acciughe, seppie, trigliozze, crognoli, ghiozzetti, cicale, sarde, ciortoni, sparnocchi sono tra i tanti figli del nostro mare…
Io amo il mare, ma chi non lo ama. Lo amo oggi a un’età ormai matura, anche se tanti, troppi motivi mi portano a frequentarlo sempre meno, come lo amavo da bambino. Se vai sul molo e getti lo sguardo aldila’ e ascolti, il suo ondeggiare è fatto di note,
impetuose come un miserere quando i cavalloni gli strappano le briglie di mano, o dolci come una ninna nanna quando le piccole onde vanno a coricarsi sulla terra ferma.
Ma come puoi spiegare tutto questo a chi lo guarda e vede solo acqua.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *