Campioni d’Italia – Campioni d’Europa

La fortuna di avere quattro meravigliosi fratelli e sorelle significa, anche, riempire le caselle dell’elenco delle persone a cui si vuole bene per tutta la vita, con i nomi dei nipoti. Sono sette, come i Magnifici, quelli che occupano lo spazio della mia scheda personale. Tutti, in un modo o nell’altro, sono centro di ricordi, radici di emozioni, energia di giorni che non passeranno mai. Di uno di questi, oggi, voglio parlare. Si chiama Marco, un pratese-viareggino come suo padre. Figlio maggiore di mia sorella Luciana ha, davvero, un sacco di qualità. Come quella, ad esempio, di scrivere in maniera eccellente e coinvolgente.

Lo ha fatto, ad esempio, qualche giorno fa con un post su FB che ha letteralmente illuminato la zona in cui immagazziniamo le esperienze più significative e preziose della vita. Mi ha, infatti, ricordato una delle straordinarie partecipazioni dirette a grandissimi eventi organizzati, a livello nazionale, dalla “D’Alessandro & Galli” (nell’occasione in collaborazione con il grande Sergio Bernardini). In questo caso, era il 1991, il lavoro fatto per la trasmissione Rai dedicata al primo scudetto della Sampdoria di Vialli e Mancini.

Ma più che scrivere è molto meglio “dare voce” a Marco, il “Mi’ Nipote”…

Per la prima volta sono in vacanza nelle Marche, vorrei dire in onore del nostro Mister Roberto Mancini ma la cruda verità è che non ho trovato posto altrove. Oddio, non è come la Capanna Margherita sul Monte Rosa ma anche trascorrere una giornata a Urbino e poi scendere a vedere l’alba dal mare, non è così malvagio.

Se penso però a Mancini, penso all’abbraccio con Vialli durante gli Europei, se penso a loro due insieme mi viene in mente la festa per il primo scudetto della Sampdoria. La coincidenza è che proprio qualche giorno fa ho riesumato un piccolo album di fotografie con scritto “Festa Samp”; incredibile, di quelle stampate su carta Kodak, lucide e con i negativi nella busta. “Peccato questa è sfuocata”, oppure “no, sono venuto con gli occhi chiusi”, lo avevo già detto trent’anni fa.

Maggio 1991

A quel tempo mio zio Stefano Pasquinucci collaborava con D’Alessendro &Galli per l’organizzazione di grandi eventi e dopo essermi gustato due concerti di Paul McCartney a Milano con il badge “ Press” mi invitarono anche per questa serata in diretta su RAI 1. Il mio compito? Non intralciare coloro che lavoravano sul serio ed essere sempre disponibile. Ricordo il viaggio in treno da Viareggio, un regionale infinito, fatto in piedi in fondo al vagone e con lo sguardo sul mare che appariva e scompariva dopo ogni galleria fino a Porta Principe. Avevo 19 anni, giovane, emozionato e con la camicia a micro fiorellini multicolor che indossavo d’estate solo quando ero felice.

L’evento era condotto dal grande Gianni Minà. Ospiti? Tutta la squadra della Sampdoria e i più famosi artisti di fede blucerchiata davanti a migliaia di tifosi assiepati sul prato dello stadio Carlini. Passai un giorno dietro le quinte, il cielo era nuvoloso ma nessuno si preoccupò di controllare Meteo.it per il semplice fatto che non esisteva il termine Applicazione. Si stava alla sorte e a pensarlo oggi mi sembra impossibile.

Gianni Minà, che splendida creatura. In giacca e cravatta, l’inconfondibile accento da reporter italocubano, credevo fosse sempre sul punto di dire: “Eravamo io, Diego Armando Maradona, Fidel Castro, Compay Segundo…” ( si e poi? Fred Bongusto, Amanda Lear e Riccardo Marasco, ma dai.)
C’era anche un giovanissimo Fabio Fazio, timido e poco estroverso. Nella foto si vede confabulare con Gino Paoli.

Mattatore della serata, Paolo Villaggio. Ho l’immagine di lui alle due di notte, a spettacolo finito da ore, a discutere con Paoli e i New Trolls, non i Rolling Stones, su dove andare cena, se a Santa Margherita oppure in un ristorante di Nervi. A dire la verità erano tutti stanchi e avevano solo voglia di andare a letto, i trasgressivi New Trolls dico, non i Rolling Stones, Villaggio invece voleva cenare e poi festeggiare in compagnia.

Vialli e Mancini arrivarono nel pomeriggio con il resto della squadra neo campione d’Italia e vennero acclamati dalla tifoseria festante con fumogeni tricolori, bandiere e cori oramai diventati fiochi di “…finché vivrò tiferò Forza Sampdoria”. Il programma della serata, a posteriori non certo indimenticabile per dinamicità televisiva, prevedeva uno sketch dei due fuoriclasse vestiti come i cantanti di una band degli anni 90, gli Europe, non i Rolling Stones.
Toccò al sottoscritto occuparmi del vestiario e in pieno caos organizzativo, con la diretta in corso e Minà sul palco a parlare di Fidel Castro, Maradona e Compay Segundo in chiave blucerchiata, mi ritrovai con tre parrucche da consegnare agli attori improvvisati.
Il camerino, come evidenzia chiaramente la foto, era una roulotte fatiscente presa forse in prestito da un giostraio sinti dell’hinterland genovese. Bussai alla porta. “Sono quello delle parrucche, posso entrare?” Era così leggero, immediato, direi umanamente naturale, tutto ciò che oggi invece sembra abbiamo perduto.

Mi aprì Luca Vialli in mutande. Il nostro Mister campione d’Europa, ragazzo molto riservato anche allora e in mutande pure lui, non aveva per niente voglia di esibirsi mascherato, Bonetti, Mannnini e Attilio Lombardo invece non aspettavano altro. Prima del loro ingresso si fermarono sulla scaletta dietro il palco, Vialli, allegro e con gli occhi pieni di energia, accese una sigaretta di nascosto ed io feci da palo.

“Il mister dov’è? Lo vedi?”
“E’ lontano, ti copro io.”
“Luca dai, sei sempre il solito… andiamo su”, intervenne in tackle Capitan Mancini.

Mi colpì il tono della voce di Roberto, posata, educata, pertinente, di classe, come in fondo è sempre stato lui in campo e fuori. Vialli e Mancini, trent’anni fa i gemelli del goal, oggi abbracciati e in lacrime dopo una vittoria dell’Italia: un raro connubio di amicizia, umanità e stile. Nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia. A me queste cose mi emozionano da morire. Non ho fatto un selfie con loro, non ricordo neanche chi scattò le poche foto. Di quella esperienza riportai a casa solo un piccolo gadget, un gonfiabile a forma di cuore blucerchiato con le firme di tutti i giocatori: da Toninho Cerezo a Fausto Pari. Lo regalai all’amico Pippo Batignani, tifoso blucerchiato, oggi salvato in rubrica sul cellulare sotto il nome : “Pippo della Samp.”

Termino qui il momento amarcord, ho appena vinto il torneo di ping pong nel Villaggio marchigiano dopo aver sconfitto, uno alla volta, una mezza dozzina di glabri e spavaldi giovanotti.
In finale ho esultato come Giovanni in “Tre uomini e una gamba”, nella scena fuori dall’Autogrill: triplo salto mortale e poi “Ma vieni, ma dai, ma chi sono.” Il mio gemello del ping pong, elegante, rispettoso… di classe, deve ancora nascere.

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