La sindrome di vell’altro

E’ una campagna elettorale meno coinvolgente che mai quella che tra un tuffo dove l’acqua è più blu, una replica in tv di Peppino e Don Camillo ed incombenti bollette bollenti, i partiti, i poli, i movimenti ed altre formazioni con buoni intenti cercano di portare avanti nello stretto recinto di poche settimane. A detta di sondaggi e sondaggisti l’esito dovrebbe essere scontato. Sarà anche per questi motivi, quindi, che paiono pochi i tentativi di lavorare sui progetti, condividere programmi concreti, immediati e fattibili, lanciare, ringiovanire e responsabilizzare una nuova classe dirigente.


Molto più semplice, ma sempre meno credibile, spararla grossa ogni giorno, postare un tweet, promettere l’impossibile, dire il contrario di ciò che si era detto ieri, ma soprattutto prendersela con “vell’altro“. Spostare l’attenzione sull’avversario, demonendone fondamenta, basi e tetto della intera costruzione dialettica ed ideologica che lo rappresenta.


Un atteggiamento che, con il passar dei giorni, si acuisce, incattivisce, supera i confini della logica e dell’intelligenza e che, se a prima vista può lasciare intravedere qualche piccolo successo, qualche impercettibile vantaggio, dall’altra testimonia l’incapacità che pseudo leader, portaborse, cortigiani ed adulatori interessati, dimostrano di avere specialmente in una fase così delicata, difficile, pericolosa come quella che stiamo vivendo.


Un momento che necessiterebbe invece di coraggio, onestà, trasparenza, valori, partecipazione e condivisione, non “contro altri”, ma a favore di un percorso da costruire e concretizzare senza disuguaglianze, ingiustizie, favoritismi e vantaggi per pochi. Assumersi la responsabilità di ciò che siamo e di ciò che vorremmo essere, senza curarsi di demonizzare, sminuire, denigrare e criticare chi sceglie strade diverse.


Questo in Italia. Questo a Viareggio!

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